Il Quotidiano della Calabria ha pubblicato due pagine sul libro "Dimenticati". Questa la recensione di Franco Dionesalvi.
di Franco Dionesalvi
Danilo Chirico e Alessio Magro, invece, si soffermano a scoprire le vite che si celano dietro quei corpi straziati, riversi sull'asfalto, crivellati di proiettili, accartocciati nell'auto, o persino dissolti nel nulla. Le ricostruiscono. E ce le raccontano. È questa la forza del libro.
Perché se una vicenda esce dalla cronaca nera e diventa narrazione, viene condivisa, entra nella nostra vita. Si abbatte lo steccato che di solito ci divide, e ci protegge, da queste storie di ordinaria violenza: che di solito sono geograficamente a noi vicine,
magari ci sfiorano, ma la loro estraneità esistenziale ci consente di chiamarcene fuori. Non è la stessa cosa se invece quella storia ci viene raccontata, ci coinvolge, ci diviene familiare. Allora la riconosciamo, vi riconosciamo il nostro prossimo. E l'indignazione sale. Il libro poi rientra in un progetto più complessivo. Quello dell'archivio delle vittime della 'ndrangheta. Di tenere viva la memoria di queste persone. Infatti spesso le narrazioni si chiudono con la “presa di coscienza”: col momento pubblico, con i giovani che si riuniscono, la piazza che si solleva, il grido che sorge da tante persone contro questa violenza, contro queste prevaricazioni.
Un grido che risuona, anche in piazze che fino al giorno prima erano state dominate dall'omertà; un grido che vince la paura, e si fa corale. E gli autori propongono anche che le autorità facciano dei gesti simbolici: intestare dei luoghi,delle strade, a queste vittime della mafia; elevare dei monumenti che li ricordino, come si fa con i caduti delle guerre.
Ricordate “I cento passi”? Il film, che ricostruiva la vicenda di Giovanni Impastato, si chiudeva con un grande corteo di bandiere rosse, issate da migliaia di giovani, che scendevano in piazza a raccogliere idealmente la sfida, a prendere il testimone di quella lotta che ereditavano dal giovane ucciso e che dunque le pistole non erano riuscite a spegnere. È il momento più vibrante e più significativo del film: la mafia si sconfigge se non se ne ha più paura, se le idee si mostrano alla luce del sole, e vengono condivise. Ecco:un effetto simile può suscitare un libro come questo. In cui veniamo a conoscere le vittime della 'ndrangheta, vengono chiamate per nome. E ne condividiamo per un tratto gli amori, i gusti alimentari, le passioni; fino all'esito tragico. È un libro assai corposo, che parla di tante vicende anche assai diverse fra loro: omicidi passionali, omicidi politici, sequestri di persona, episodi stragisti. Arriva anche a trattare vicende che non c'entrano più di tanto, come l'uccisione di Roberta Lanzino. Ma non è nell'ansia di completezza che sta la sua forza, né nello sforzo di analisi che risulta, inevitabilmente, frammentario e provvisorio. È nelle immagini che ci lascia nel cuore, nelle esistenze che ricostruisce per noi. Come quella di Totò Speranza, che era un ragazzo che si vestiva da punk e voleva portare a Locri la musica alternativa che amava. Affronta una serie di vicissitudini, di contraddizioni che sono frequenti ad una certa età. Però lui le paga con la vita; una morte assurda.E ogni anno si riunisce il gruppo musicale che aveva fondato, gli “Invece”. E suonano per ricordarlo.
Pubblicato sul Quotidiano della Calabria
Martedì 5 ottobre 2010

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